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Artigianalità

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Parliamo di vino naturale, biologico, biodinamico, convenzionale, industriale … e alla fine quello che fa la differenza spesso è l’artigianalità precisa e affinata col tempo e l’osservazione di colui che fa il vino con sensibilità e riflessione ed in uno stretto rapporto di dialogo e non di imposizione alla natura.

Perciò ci sembra interessante tornare alla radice di quello concetto.

 

Artigianalità

Il termine è applicato solitamente alle metodologie tradizionali di produrre le merci : gli articoli cosi prodotti hanno spesso importanza culturale / religiosa, e comunque contengono alcune qualità estetiche.

 

Ciò che distingue il termine di artigianato da quello di arte-scienza è un aspetto dell’intenzione : l’artigianato crea oggetti d’uso, che hanno cioè uno scopo oltre la semplice decorazione. Da un punto di vista della qualità, la differenziazione tra artigiani ed artisti maturò solamente a partire dal Rinascimento, quando alla pittura e alla scultura vennero assegnate una maggiore importanza rispetto alle altre attività, considerate nel Medioevo facenti parte dell’artigianato.

 

Hephaïstos, il Dio artigianale, è un civilizzatore, utilizzò gli attrezzi per un bene collettivo : la fine dell’umanità vagante costituita da cacciatori-raccoglitori o di guerrieri senza radice. La parola usata per desegnare l’artigiano è “dêmiurgos”, parola composta di dêmios = pubblico e di ergon = opera.

L’artigianato è capito parzialmente quando si assimila soltanto al sapere-fare manuale perché nella sua etimologia c’è la dimensione di opera pubblica.

 

Quindi l’artigianato include la dimensione collettiva ed è virato verso la communità di maestri che ne validano la qualità, invece il mondo industriale è virato verso il mercato e la riproduzione identica in grande scala. Per quello, prima di volere essere differenti, diventare artigiano voleva dire in un primo passo coltivare il proprio talento seguendo le regole stabilite dalle generazioni passate. Ma la trasmissione di generezione in generazione non voleva neanché dire che il sapere-fare era stabilito in forma fissa e immutabile.

 

L’ideale dell'”uomo Faber” di Hannah Arendt è quello di chi vuole “fabbricare” il monde sui valori della stabilità, permanenza, durata, al contrario dell'”uomo laborans” della società industriale che sacrifica tutto all’abondanza in un processo di produzione spaccato in particelle e di routine ripetitiva. In questo atteggiamento, gli uomini sono capaci di agire insieme in una forma concertata e collettiva, dove l’atto di produrre implica una discussione collettiva e un giudizio che risulta da questo dibattito.

 

In paragone, l’artista è il frutto della maggiore soggettività della società moderna. Mentre l’artigiano guarda verso la collettività, l’artista vira verso se stesso. L’arte sembra dare all’artista più autonomia che all’artigiano nella società : l’artista rivendica l’originalità del suo lavoro, ma l’originalità è anche l’attributo caratteristico dell’individuo isolato, solitario. Pochi artisti del Risorgimento lavoravano nell’isolamento. E il valore dell’artigianato in quell’epoca era più la veridicità che l’originalità.

 

Durante una visita a un produttore di vino, lui accennò alle parole che suo papà sempre gli diceva : “prima di tutto, impara un mestiere, dopo verrà la professione”. In questa visione, il mestiere è l’arte di fabbricare bene le cose. Qualche mestiere si basa su una competenza eminentemente coltivata. A volte, con l’avvento della società industriale, l’idea di mestiere sembra che sia scomparsa. Ma R. Sennett nel libro “L’uomo artigiano” considera che il mestiere sia uno slancio umano elementare e duraturo,  il desiderio di fare bene il proprio lavoro senza altra considerazione, in assoluto.

 

Nadir Bensmail

corsaro a Lisbona, Os Goliardos

nadir@osgoliardos.com

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