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Da Dioniso a Khayyam: ritorno alle origini

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Nella nostra sofisticata società dei consumi, il vino, come altri prodotti, è oggetto di una controversia che sovrasta talvolta chi la genera e la diffonde, a discapito della sua dimensione mitica e poetica. Diventa prodotto di culto, attraverso una comunicazione feroce (stampa, social network, fiere e saloni…), che lo corteggia, accoglie, ma lo riduce talvolta alla dimensione speculativa di una astratta bottiglia, in quanto defraudata del suo significato storico, del suo potere sovversivo e della propria origine agricola.
D’altronde, più ci si dedica in modo assiduo al vino, più i codici del linguaggio ed i tecnicismi possono allontanarci dalle origini dello stesso, ed ostacolarne la spontaneità. Possiamo sorprenderci talvolta avvicinandoci ad esso in modo puramente analitico e comparativo, in un ambito quantico e competitivo, che classifica invece di aprire le porte all’immaginazione e alla sensibilità più profonda.
Infine, dobbiamo continuamente confrontarci – in modo quasi religioso, e ovunque guidati da forme manichee -, ad opinioni sostenute dai mezzi di comunicazione, che aumentano l’inappellabilità del dire comune.
Pare dunque necessario il ritorno alle origini, rinnovare il nostro approccio al vino e spogliarlo delle considerazioni superflue che camuffano la sua radicalità , per ritornare al suo legame con la natura, attraverso l’alchimia misteriosa emanata dall’uomo che coltiva la vigna, e catturata dalla poesia del poeta persiano Omar Khayyam nei suoi versetti.

“Bois du vin, pour qu’il chasse au loin
Toutes tes misères
Et la troublante pensée
Des soixante-douze sectes.
Ne fuis pas l’alchimiste, car de lui
Si tu prends seulement une gorgée, il fera
S’évanouir en toi mille soucis.”

“Bevi il vino, per guardare lontano
Ogni tua miseria
E pensiero angosciante
Delle settantadue sette.
Non fuggire dall’alchimia perché con lui,
Anche soltanto in un sorso,
Spariranno i tuoi mille affanni.”

1 Il vino come rivelazione

Quando Nietzche, nella “ visione diosiniaca del mondo,” evoca l’apparizione del culto di Dioniso in Grecia, ne parla come di una irruzione dal potere caotico, come di una tempesta, un a deflagrazione. Il vino è un terremoto che scuote suscitando attrazione e terrore.
Il culto del vino è il frutto di un Dio Dioniso inizialmente reietto, rifiutato e deriso, uno straniero proveniente dall’Asia che irrompe nel mondo greco come un uragano, scatenando passioni e rompendo barriere sociali e etniche.
Sotto l’influenza di questo Dio disturbante:
– Il vino si situa immediatamente nel registro della radicalità, poiché contrasta la bellezza del dio apollineo per svelare certe realtà, che possono dispiacere. E’ colui che toglie il velo che oscura e confonde, e non quello che segue le mode. Il vignaiolo, in nome di Dioniso, dovrà essere la guida che riduce la cecità dell’uomo. Incita ad oltrepassare le apparenze e ritornare alla semplicità delle cose, approfondendo il messaggio con uno sguardo diverso sugli uomini e la terra. Così il seguace di Dioniso, dovrà essere nel contempo in stato di ebbrezza e saggezza. L’atteggiamento dionisiaco non consiste nell’alternanza fra lucidità e adombramento, ma nella loro simultaneità.
Ogni separazione di classe, che la necessità e l’arbitrarietà hanno instaurato fra gli uomini, si dissolve: lo schiavo è un uomo libero, il nobile e l’umile si uniscono in un inno a Bacco. L’uomo si manifesta come membro di una comunità ideale e superiore: ha disimparato a camminare e parlare. In più si sente stregato, è veramente diventato altro. Nella nuova condizione instaurata dalla forza selvaggia dionisiaca, le differenze esistenziali si annullano. La potenza rivoluzionaria è intrinseca al messaggio di Dioniso. Contiene contemporaneamente un messaggio di accoglienza e di unione, poiché il potere del vino permette di oltrepassare le differenze ancestrali e di fondere la cultura originaria asiatica di Dioniso, con quella greco-europea. In tempi di migrazioni causate dalla guerra, fame, oppressione dei regimi, Dioniso è colui che è riuscito a oltrepassare la diffidenza ed il rifiuto, per arricchire finalmente la cultura della terra dove è stato piantato, senza essere inizialmente il benvenuto.

– Il vino diviene fusione intima fra la natura e l’uomo. E’ l’espressione impetuosa dell’istinto primordiale , che durante le Baccanali instaura non solo un patto da uomo a uomo, ma anche un’unione fra uomo e natura. Al principio il vino non poteva essere che naturale , ma la sua evoluzione verso oggetto di consumo e la domanda del mercato, lo hanno talvolta sottoposto ad un addomesticamento impersonale, attraverso il potere della manipolazione che permette sofisticazioni enologiche massicce.

2 L’elevazione e la comunione attraverso il vino

Ciò che nacque dal culto della natura in Asia e che scatenò istinti brutali, defraglando per un determinato tempo la società, divenne presso i Greci occasione di riscatto, giorno di trasfigurazione. Ogni sublime istinto del loro essere, si manifestò nella sublimazione dell’orgia. Durante le Baccanali, il simbolo fallico di Bacco, dio dell’ebbrezza e della perdizione, era rappresentato da una pianta di finocchio. Nel XVI secolo nell’Italia del Nord le streghe buone si armavano di stivali a forma di finocchio ed entravano in uno stato trascendente per affrontare le streghe cattive. Si trattava di respingere gli istinti malefici dotandosi dei poteri di Bacco. La poesia successiva dei Greci non smetterà di ricordarci la trascendenza del vino.

Omar Khayyam nel XI sec., fu brillante narratore in Persia, di questa corrente sensuale e illuminata:

“Je connais le dehors de l’être et du non-être,
Je connais l’intérieur de tout ce qui est haut et bas :
Pourtant, quelle honte de mon savoir
Si je reconnaissais quelque chose
De plus haut que l’ivresse!”

Fu anche colui che seppe trovare nel vino un dio, forse un ineguagliabile compagno, per affrontare l’umana effimera condizione, senza dover rifugiarsi in credenze religiose che promettono un ipotetico e ideale al- di- là, ma che ci incitano ad accogliere la bellezza di questa terra, senza attendere.

“Boire du vin et étreindre la beauté
Vaut mieux que l’hypocrisie du dévot;
Si l’amoureux et l’ivrogne sont voués à l’Enfer,
Personne, alors, ne verra la face du Ciel “
“Bois du vin …c’est la vie éternelle,
C’est le trésor qui t’es resté des jours
De te jeunesse :
La saison des roses et du vin,
Et des compagnons ivres!
Sois heureux un instant, cet instant c’est ta vie.”

Il vino dovrebbe liberarci dalle regole imposte dall’esterno, per avvicinarci progressivamente all’autonomia dell’essere umano, che decide le proprie regole e non segue ciecamente dei dogmi. Contro ogni tipo di proibizione generalizzata, Khayyam sottolineava già all’epoca che i divieti sono la conseguenza della mancanza di consapevolezza dell’uomo nel modo di comportarsi, soprattutto riguardo al vino, e della sua immaturità:

“Le vin est défendu car tout dépend
De qui le boit,
Et aussi de sa qualité et de la compagnie du buveur.
Ces trois conditions réalisées, tu peux dire :
Qui donc boit du vin, si ce n’est le sage?”

La società europea non è ancora sottoposta a divieti, ma nel mondo della comunicazione , il discorso si delinea in categorie stagne ( nel caso del vino, i naturali, i bio, i biodinamici, i classici e i moderni,….)che ricordano le categorie religiose, o le sette tanto vilipese da Khayyam.

Le certificazioni all’origine , limitate e gerarchizzate, imprigionano la natura storicamente turbolenta e indomabile del vino, e i selvaggi slanci che incarna. Per riprendere la critica pasoliniana, nel mondo del vino esistono schemi che, nell’illusione di renderci differenti per gusti e mode, in realtà ci conformano l’un l’altro.

In ciascun gruppo, che farebbe sorridere Khayyam, ( i convenzionali, i biodinamici, i biostatici, i sostenitori dello zolfo, e gli anti…), si creano opposizioni , come se per alcuni il bene risiedesse nella purezza assoluta, illusoria ma confortante, ed il male sarebbe associato alla libertà del vino lasciato al caso e ai batteri. Alcuni vedono di cattivo occhio l’erba nella vigna, per altri più è alta meglio è ,….come se nel vasto ventaglio della pratica, non ci fosse spazio per le sfumature, il dialogo e la versatilità della natura, dell’uomo e delle correnti.
Esiste una risposta univoca e assoluta alle domande riguardo alla vigna e al vino?
Khayyam pensava che la parola fine è impossibile da mettere, e lo faceva con questi versetti:

“Personne ne peut passer derrière le rideau
Qui cache l’énigme;
Nul esprit ne sait ce qui vit sous les apparences,
Sauf au Coeur de la terre, nous sommes sans asile…
Bois du vin! …Ignores-tu qu’à de tels discours
Il n’y a pas de fin?”

Amici corsari, beviamo!

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