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Cultura, Communicazione e Pasolini


Oggi, anche la radicalità, prende delle forme che ci sono imposte dalle regole del mercato contro quale siamo supposti reagire. Il capitalismo há questa capacità a rinnovarsi assorbendo tutte le tendenze, abbraciando le iniziative contestatrice per integrarle nel sistema del Centro che evoca più avanti Pasolini e renderle sopportabili ed inoffensivi di tal modo a non mettere in questione l’ordine voluto. Si tollera questi “radicalismi”, cauzione dell’apertura del sistema alla differenza, ma di una forma in che questa espressione di radicalità sia mantenuta nei modi operatori del liberalismo e delle sue forme espressive. Per ciò i movimenti alternativi finiscono per essere recuperati, formatati e consentiti perché abbia spazio per tutti i tipi di consumo. Non si può produrre senza dovere spiegare a che etichetta o gruppo siamo affiliati, tutta la communicazione deve essere ridotta a 3 o 4 parole (lo famoso “slogan” evocato giù da Pasolini), per potere essere assorbita e digerita dalla macchina di communicazione che vuole simplificare e avere un impatto immediato. Il vini nella sua dimensione meno prosaïca soffre del fetichismo della merce, ma per parafrasare Pasolini, potremmo dire “…io produco vino (“poesia”), una merce inconsumabile…”

Per illustrare questa riflessione, acceniamo alcuni passagi dell’opera i Pasolini per sviluppare questo tema.

Pasolini Acculturazione e acculturazione in Scritti Corsari dicembre 1973

Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese : la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai stretamente unito la periferia al Centaro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro há assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture generali. Há cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Há imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli : che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimenticato di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

Pasolini in Interviste corsare a cura di Michele Gulinicci

“Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo : i “luoghi” dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene “applicata”, sono cioè i luoghi del pragmatismo puro. I tecnici parlano fra loro un gergo specialistico, si, ma in funzione strettamente, rigidamente comunicativa. Il canone linguistico che vige dentro la fabbrica, poi, tende ad espandersi fuori : è chiaro che coloro che producono vogliono avere con coloro che consumano un rapporto d’affari assolutamente chiaro.
C’è solo un caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria : è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è monstruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

Questi passagi rivolgono ad una conversazione con Beppe Rinaldi che abbiamo avuto in dicembre del 2013 sulla mancanza di cura nelle relazioni con i clienti che prima erano amici o lo diventavano e rivolgono anche alla letteratura spesso senza “stomacco” (cf “La litérature sans estomac” de che regge la critica del vino e non soltanto.

“C’era più qualità prima?
Direi di si, l’eccesso di fama, di immagine, ti costringe a dedicare troppo tempo alle visite. Si perde la componente artigianale.

Non sarebbe possibile chiudersi, isolarsi dal rumore e dalla pressione?
Sarebbe scortese. Prima c’era il piacere di dedicarsi ai visitatori, perché il vino come prodotto associato all’ edonismo suscitava incontri di arricchimento. Non si può più curare le relazioni umani. Mi da fastidio che le mie bottiglie siano in vendita su Internet.

Chi era il vostro pubblico nel passato ?
Una volta il rapporto era più diretto, era l’amico dell’amico, delle conoscenze. Con la globalizzazione, la nobiltà del Barolo è fuggita. “

Come nelle Interviste corsare potremmo anche dire che questa società che Beppe non ama gli ha dato il sucesso. Pasolini rispondeva così alla domanda :
“Questa società che lei non ama in fondo le ha dato il sucesso, la notorietà…

Pasolini : Il sucesso non è niente. Il sucesso è l’altra faccia della persecuzione. E poi il sucesso è sempre una cosa brutta per un uomo. Può esaltare, al momento, può dare delle piccole soddisfazioni a certe vanità, ma in realtà, appena ottenuto, si capisce che è una cosa brutta. Per esempio, il fatto di aver trovato i miei amici qui, alla televisione, non è bello. Per fortuna noi siamo riusciti ad andare al di là dei microfoni e del video, e a ricostruire qualcosa di reale e di sincero; ma come posizione è brutta, è falsa”

Nadir Bensmail

Goliardo Corsaro a Lisbona
nadir@osgoliardos.com

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