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Il tempo del Vino


Il vino ci prende allo stomaco: quando ci entra dentro è per non abbandonarci mai più. Ha color porpora, sangue della terra e ci può far persino sanguinare… dal naso e dai visceri, straziare il portafoglio o anzi la nostra anima; anche essere un nemico.
Dire che il vino è una bevanda è inadeguato, poiché è in continuo movimento. Si ama il sacrilego vino che rompe il tempo e lo spazio, lo frammenta e ne svela la sua eterogeneità.
“ Al di là dell’istante, non vi è che prosa e canzone. ” Bachelard ne aveva decisamente le migliori ragioni. Certo ci sono delle prose che ci conquistano e delle canzoni perfettamente ossessive, ma il fine è comunque la verticalità, la profondità o la grandezza. Ed è questo tempo verticale che il poeta scopre quando rifiuta il tempo orizzontale, vale a dire il divenire altrui, il divenire della vita, il divenire del mondo. All’ improvviso tutta l’orizzontalità si ammoscia, si annulla. Il tempo non scorre più, viene a galla.”(1)
Il gusto pretende in quel momento la verticalità. Il gusto del vino, – che non è il gusto del “colpo di fucile” -, viene dall’inquietudine di seguirlo e spiarlo fino a quell’infinita lentezza che noi attribuiamo alle pietre. Il gusto è la riprova di questa onnipresenza, che non può esser resa soltanto dalla vista. Il gusto deve essere verticale. Il vino può essere fulmine.
l vino si ritrova confuso tra le merci, poiché il feticismo del danaro, caro a Marx, è diventato l ‘abbecedario della società consumistica. Il vino non ha valore di utilizzo né valore di scambio: esso è dialettica con la terra e si dona a coloro che gli dedicano corpo e anima. Il vino ci affascina, forse, perché svela così tanto di noi come del suolo su cui nasce; parti oscure e tenebrose che si fatica a decifrare completamente. Sollevando un lembo di mistero, ci illumina e ci mette a nudo. Senza però che tutto il mistero sia svelato, poiché bisogna salvaguardare zone d ombra sotto il sole.
Il vino non è utilitaristico poiché è prima di tutto essenza. Il vino dovrebbe essere un richiamo, non una necessità…Come sono tristi quei ristoranti dove la carta dei vini sembra un esercizio obbligatorio, come il sesso legato al dovere coniugale. Scorrendo una carta dei vini o visitando una cantina, si dovrebbe sentire il “richiamo del vasto” e avere voglia di spiegare le vele e lasciarsi cullare dal capogiro dell’ebbrezza che arriva.

“ Perché amare così tanto il vino, che non è che un poco di frutta, più o meno matura, più o meno spremuta, lasciata un poco alla sua rovina? Il fatto è che letteralmente invade il corpo, il cuore, e accende una domanda, come fiamma.” (2)
Il vino è una sfida alla nostra attenzione e alla nostra sensibilità. Vi mette nella posizione di riconoscere il bello, non solo il buono, o il ben fatto. Non si beve del vino per trovargli dei difetti: se è così è allora è un ripiego. Si beve del vino per ricollegarsi ad un luogo, a una memoria, a un viticoltore, per sentirsi più vivi.
Per dare forza espressiva alle passioni di Pasolini, che disse “… dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei più grandi piaceri”, io vi aggiungerei il vino. Si raggiungerebbe così la quadratura del cerchio, una piccola bolla di piacere simile al labirinto di Creta, lo stesso piacere del Minotauro.
“Nella viva ebbrezza delle cime conquistate, nell’immobilità del tempo, nel sapore e nelle pietre, noi cerchiamo l’ eden e le quintessenze, le ragioni per non essere mai commercianti, mai speziali. D’esser sempre inutili. La deliziosa spensieratezza.” (3)
I corsari sono fuori dal mondo mercante, sono dei fuorilegge, dei briganti, dei furfanti; saccheggiano, attaccano, si lanciano all’ arrembaggio, senza calcoli, con l’ingenuità e la negazione dell’ pericolo. Inutili e ossessionanti le strade dei grandi commerci; i corsari mettono in pericolo i potenti e gli opulenti, perché non hanno interessi da tutelare o da render conto ai finanzieri.
Faccia a faccia con il vino siamo tutti simili. Noi amiamo il vino corsaro spogliato dei contratti e degli interessi commerciali: il vino non è un investimento né pedina del commercio; si è insediato in noi e ci possiede, tanto quanto ci sfugge.
Come fare a identificare il minerale, se non attraverso sforzi prometeici, per cercare di descriverlo…ma noi caschiamo su parole troppo povere di significato per rendere ciò che accade sotto i nostri occhi, e resta segretamente celato negli abissi del suolo. Se noi dovessimo abbandonare il vino, noi abbracceremmo l’ acqua, minerale ovviamente.
“ Perché amare così tanto il vino ed essere tutt’a un tratto pronti a lasciarlo?Il giorno in cui la disfatta sarà completata, quando il cappio chimico apparirà sui fiaschi senza speranza di un ritorno, lasciarlo d’ un tratto sarà la sola risposta possibile. Poiché se arrivasse quel giorno, il vino come verità assoluta, non potrà esser altro che un’ industria come un’ altra. E questo è il suo peggior avvenire.
Piuttosto che la polvere promessa, è l’ ossessionante segreto delle pietre, – del ceppo di vite che cerca più in profondità nella terra- , a tormentarci.” (4)

Nadir Bensmail
Goliardo Corsaro a Lisbona
2014

(1)(2)(3)(4) Jules Camille Goy “Du gout des pierres et de Lapierre Marcel vigneron de la rupture”

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