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Incontro corsaro con Beppe Rinaldi

Incontro corsaro con Beppe Rinaldi
intervistato da Nadir Bensmail
Barolo, 29 Novembre 2013

Volevamo dare aria fresca e vibrante ai Vini Corsari e siamo andati a sloggiare Beppe Rinaldi, vero gufo, dalla sua cantina e dai diversi impegni, materiali e umani che lo ispirano interiormente. Un freddo fine pomeriggio di venerdì 29 Novembre, siamo riusciti a sederci per parlare e allora lui non è scappato.
In preparazione all’incontro, ci siamo allenati fisicamente mettendo all’interno della rimessa le piante del terrazzo che patiscono il gelo. Scopriremo in seguito che Beppe é una persona molto attenta e legata alle piante, le belle piante in generale, cominciando dalla vigna.

Reticente ad essere intervistato, comincia dicendo che “si da troppo enfasi oggi al vino, ai produttori. Che questo fenomeno di mitizzare il produttore e il suo vino è il frutto della decadenza. Detesto le mode, sono corrosive, anche le persone libere scivolano verso comportamenti privi di spontaneità”. Riferisce di Mario Soldati e di Paolo Novelli che sono stati a i primi a dare enfasi al vino, in un forma più culturale e gastronomica che tecnica, aggiungo io.
Sottolinea il ruolo fondamentale di Veronelli nel propagare, attraverso i programmi televisivi, una cultura del vino raffinata e radicata nell’espressività singolare dei vari territori della penisola. Ricorda che in Italia l’arte, la letteratura, il cinema, la gastronomia hanno una tradizione ricca che si appoggiava nella varietà delle culture regionali. “Si è sempre considerato e curato il provincialismo e l’opera di Giorgio Bocca lo illustra. Ha una componente sana. Io rivendico il mio provincialismo”. La pressione attuale per estirpare le radici locali è pericolosa. Lui vede le radici come un bagaglio, non come un fardello.

« Oggi i problemi della Langa vengono dall’eccesso di benessere. Una ricchezza avvenuta troppo velocemente, che non ha permesso di maturare a cosa consacrare questo “sviluppo” e il benessere consecutivo. Siamo passati dal dominio della nobiltà e dell’alto clero alla società di consumo, polverizzando il feudo e nel frattempo senza vivere la rivoluzione industriale borghese di paesi come l’Inghilterra, Francia, Germania…Invece di pensare a promuovere prima la zona, di avere il senso della tutela, di non lasciare al libero arbitro la bellezza dei luoghi, colui che si è trovato di colpo in mano notevoli fortune, pensa invece all’immediato, non ad una gradualità di crescita”
La Langa conobbe più fama e successo a partire degli anni 1970, era il passaggio obbligatorio venendo dal Nord dell’Europa verso la Liguria. Successivamente avviene il boom del Barolo come vino mondialmente ricercato e pregiato. Si piantano vigne dappertutto (passiamo in poco più di 20 anni da 3 a 12 milioni di bottiglie) e si perde il bosco, la diversità delle piante.
« Passiamo alla monocultura e alla cultura del denaro ».

« La mia famiglia si è sempre occupata del bene comune”, prendendo responsabilità e iniziative collettive : il padre Battista è stato sindaco di Barolo tra il 1970 e il 1975, mandato durante il quale viene fatta l’acquisizione del Castello di Barolo grazie a una sottoscrizione alla quale parteciparono 92 famiglie di Barolo oltre a numerosi ex colleghi del Collegio Barolo. Riuscì subito a creare l’Enoteca comunale dentro al Castello nel 1971 che si trasformò in 1982 in Enoteca regionale riunendo gli undici comuni della denominazione, di cui fu il primo presidente. Beppe ha seguito questa tradizione di partecipazione collettiva nell’ambito del Consorzio di Barolo ma anche nel gruppo Vini Veri e oggi Marta e Carlotta prolungano quest’impegno collettivo.

Gli faccio notare che sarebbe dunque possibile agire per il bene comune e conoscere il successo individuale, quello che sembra contraddittorio nella società attuale. ~”Qua, non succede che si pensi troppo al collettivo, qui si privilegia l’orticello sotto casa, come diceva l’amico Baldo Cappellano”. Secondo lui l’imprenditore illuminato sarebbe quello, che nel privilegiare la propria realtà, la sua cantina nel caso del vino, ha il senso del bene comune. Alla lunga riceve tanto. Prima di viaggiare a New York, Shangaï….si dovrebbe prendersi cura della sua zona, impegnarsi.

Arriviamo al tema dell’artigianalità e degli ostacoli per mantenerla.

Gli chiedo se la burocrazia gli sembra molto più importante oggi che 20 anni fa?
“Euh …(silenzio) incomparabile”
Aggiungo se gli sembra che ci sia una volontà di fare chiudere le piccole strutture artigianali?
“Non riesco a dire quello. Ci sono dei meccanismi che fanno diventare preminenti delle cose che non dovrebbero essere prioritarie. Diventa più importante la forma della sostanza”
Come vede Beppe il vignaiolo ?
“Il vero artigiano dovrebbe potere esercitare la sua attività senza volere fare dei numeri. Limitarsi a fare il suo lavoro che potrebbe fare da solo. Si perde il diletto, il rumore di fondo ti disturba. Col tempo si deve dedicare più tempo alla commercializzazione e alla comunicazione, invece di concentrarsi nella qualità del prodotto e il bene comune.”

C’era più qualità prima?
“Direi di si, l’eccesso di fama, di immagine, ti costringe a dedicare troppo tempo alle visite. Si perde la componente artigianale.”

Non sarebbe possibile chiudersi, isolarsi dal rumore e dalla pressione?
“Sarebbe scortese. Prima c’era il piacere di dedicarsi ai visitatori, perché il vino come prodotto associato all’ edonismo suscitava incontri di arricchimento. Non si può più curare le relazioni umani. Mi da fastidio che le mie bottiglie siano in vendita su Internet.”

Chi era il vostro pubblico nel passato ?
“Una volta il rapporto era più diretto, era l’amico dell’amico, delle conoscenze. Con la globalizzazione, la nobiltà del Barolo è fuggita.”

Cosa era una bella giornata di lavoro?
“Sono molto legato al lavoro manuale. L’uomo bestia, fatto di muscoli, per avere salute nella testa deve avere un legame col lavoro fisico.
Sono nato in un mondo completamento diverso, bucolico, con il bue. Ho nostalgia della mia zona bucolica ma non mi il rimpianto del passato. Il silenzio e il buio mi mancano. Con mio fratello Paolo, mi ricordo che andavamo insieme dalla nostra casa fino al paese a prendere le farfalle notturne. C’erano soltanto 2 lampioni, la strada era buia.”

Fa pensare a Pasolini e alla scomparsa delle lucciole?
“Mi è sempre piaciuta la difesa di un mondo agreste e allo stesso tempo la sua posizione estremista nel contrastare la corruzione. Lui concepiva il suo ruolo nella militanza. Mi ricordo di questo cortometraggio “Littoria”, lui, Pasolini, da solo davanti a questa città edificata dal fascismo : “Guardate quest’esempio di razionalità e di edilizia sana, che dura nel tempo….”. Provocava la sinistra ortodossa. Per lui, il palazzo della Democrazia Cristiana era molto peggio, diceva “guardate le periferie delle nostre città”. Usando il cinema e provocando senza limite, Pasolini si è creato un esercito di detrattori. Beppe si ricorda allora l’ambiente di Einaudi e il gruppo capeggiato da Piero Gobetti, che interveniva per creare la rivoluzione liberale. Crea il legame con la tradizione di intervento nella società con strumenti idonei per creare rivoluzioni nelle teste. Pasolini ha rivendicato la diversità fino al fondo, ha scioccato in un mondo moralista. Beppe si ricorda avere visto i suoi primi film negli oratori dei preti. La distribuzione dei film dipendeva dal mondo clericale e la censura era grande.”

Era più facile essere radicale negli anni 1960?
“Ma chi è radicale oggi? Stiamo vivendo l’addormentarsi delle coscienze. Berlusconi ha contributo molto a quest’ambiente.”

Come risvegliare le coscienze?
“Non vedo soluzioni. L’uomo è una bestiaccia, deve raggiungere il fondo per avere una catarsi.”

Sei un pessimista come Pasolini?
“Ma no! Una persona che elabora molto nella testa, che non ha il senso dell’ aldilà, deve credere nell’uomo, nella vita…un po’ meno nelle donne (sorrisi, “non scrivere questo!”). Nel credere nella capacità di migliorare se stesso per migliorare la società.”

Ti consideri un arrabbiato? Mi dai l’idea di essere riuscito a prendere posizioni forti, pubbliche, senza suscitare ostilità contro di te?
“A volte la rabbia, la violenza, sono necessarie, ma in generale non è vincente. È importante sapere ascoltare. Pasolini aveva questo lato militante che gli faceva prendere posizioni estremiste per dopo spiegare la sua posizione e la sua provocazione. Fare incazzare le persone non serve a niente. Qualche persona può migliorare. Odio il fascismo perché contiene l’idea che le persone siano predestinate. Per questo un paese civile dovrebbe investire nella scuola pubblica obbligatoria. Il tentativo di smontare le istituzioni pubbliche è un retaggio di Berlusconi.”

Cosa ti inspira la mancanza d’impegno dei vignaioli nel collettivo o la loro divisione viscerale ?
“Siamo addormentati con bisogni fasulli, quest’eccesso di necessità false corrompe le menti, crea uno spirito conformistico e arrivi alla fine al gregge.”

Leggo a Beppe una frase di Pasolini :
“Il comunismo e il cattolicesimo possono minacciare la libertà, ma nessuno la nega come il capitalismo”.
Beppe comincia dicendo che questa frase è una illustrazione dell’atteggiamento tipicamente pasoliniano, estremizzando la posizione fino a renderla apparentemente semplificata per dopo spiegare il fondo della questione.
“Il capitalismo ha degli effetti deleteri sull’individuo. Il fallimento del programma comunista e marxista come la scomparsa del cattolicesimo ha lasciato spazio all’avvento della società capitalista. Dopo la guerra, tutto era da ricostruire, eravamo distrutti. Nelle mani degli americani che ci hanno trattato come una colonia.”

Sono questi ricordi che hanno alimentato il tuo antiamericanismo?
“Si, a casa eravamo invasi dai giornali come Reader’s Digest, dalla musica americana, dal cinema di Hollywood. Il cinema neorealista è stato dirompente. Ha evidenziato la valenza della provincia italiana nei confronti di Hollywood, un mondo irreale per noi, che non teneva conto dello grande spessore della cultura italiana.”

Non credi che oggi la difficoltà è di non avere un nemico identificato ? Tutto cospira in un senso che non ci piace, però a questa tendenza brutta non si trova colpevole.
“Se non individui più quello che opera con il bene comune, perdi la nozione di chi devi combattere. Si deve avere coraggio nella vita. Però tutti non erano e non sono come Pasolini. Devi avere anche gli strumenti. È triste dire che forse si deve avere ancora più crisi economica per svegliarsi.”

Non trovi che questa società di benessere apparente fomenta allo stesso tempo la paura di osare ? Penso a una storia che un amico enologo ci ha raccontato a proposito di un professore della scuola di enologia che gli ha detto letteralmente “se vuoi perdere immediatamente il tuo lavoro, allora usi come vuoi i lieviti indigeni per fare il vino”. Una frase che ho anche sentito poco tempo fa da un produttore di Barbaresco.
“Alla mia época, alla Scuola di enologia di Alba, non ho avuto queste impostazioni. Viva la scienza, la conoscenza per carità. La figura del consulente non era ancora nata. Se fai questo lavoro di consulente, devi per forza vendere un pacchettino, convincere della necessità delle macchine, ….Stiamo vivendo in un mondo che spreca troppo, si deve tornare ad un mondo più parco, più severo.”

Come vedi il tema del naturale contro questo mondo artificiale che combatti?
“Se portano una maturazione vera sul tema della naturalità, viva! Purtroppo si ricade nella moda e si salta troppo spesso sul naturale perché vende, è strumentato, torniamo al problema di creare gregge. Non mi piace essere inquadrato, mi dà fastidio, ma se sorge un movimento, mi piace, come quello di Vini Veri. Ti mette in contatto con persone che ti arricchiscono. Ti porta più conoscenze.”

E sull’anfora?
“Sull’anfora e la masturbazione, mi hai capito male. Era una battuta e come tutte le battute si esauriscono nel momento. Josko Gravner ad un certo momento ha rifiutato la tecnologia, la barrique, l’acciaio, postura che era alla fine il rifiuto di un certo tipo di vino. Lui è un uomo libero, della frontiera, del Carso. Io sono nato in un posto dove la storia vinicola era forte, imponente. Non è per caso che le norme di tutela sono partite dal Piemonte. Invece nel Carso, regione povera, vergine, all’incontro di varie influenze, il vino era prima di tutto un prodotto alimentare, non il prodotto del piacere.”

E i vini corsari?
“Il vero vino corsaro è il vino del navigatore. Era l’unica bevanda che poteva viaggiare e idratare senza rovinarsi e fare male ai marinai, quando l’acqua non era potabile.”

Cosa sarebbe il Barolo corsaro?
“Mi auguro che questa zona diventi corsara. Visto che ha la dignità per farlo, che dia segni di coscienza di non dover più fare così. Visto che vendiamo ad un prezzo più alto, visto che abbiamo il mondo che ci guarda, gli Enti ufficiali dovrebbero impegnarsi a far smettere di :

• Usare gli insetticidi
• Trattare male le colline e il terreno con violenza
• Non rispettare il paesaggio
• Usare i pesticidi
• Fare vini elaborati in cantina
• Puntare sulla monocultura esacerbata

E invece recuperare :
• il senso della ricchezza del bosco
• Il culto dell’albero

E cosi diventare esempio positivo per zone meno privilegiate e meno sensibili.”

Ti stai costruendo il Ciabot, è per fuggire in vigna dalle orde di turisti che invadono la cantina?
“Il Ciabot, aldilà di realizzare un sogno, ha la funzione di compiere un fatto, contro tutti che invece lo tolgono. Nell’alteno (Utin in piemontese), la vite era associata all’albero che aveva una funzione di tutore e ai cereali. Negli intervalli si potevano coltivare anche ortaggi e usare gli animali. Il Ciabot s’inquadrava in questa struttura e connotava un modo di concepire il territorio e dava dignità. Serviva a sistemare gli attrezzi del campo ma anche come abitazione, per esempio per quelli sposati da poco che non avevano i mezzi per comprare una casa. Prima si viveva nel villaggio di preferenza per sicurezza. Facevano il Ciabot con materiale di seconda mano, una cucina-sala al pianoterra e una stanza sopra. I Ciabot sono spariti perché con il trattore, si può adesso portare più facilmente gli attrezzi in cantina ma anche perché il Ciabot, come gli alberi, dà fastidio al singolo che deve contornarli. Il Ciabot è associato ad una cultura agricola più scarsa in mezzi ma anche più conviviale. Era il posto dov’è si faceva merenda, si mantenevano bottiglie di vino al fresco, c’erano fichi, ciliegi a volta. Il Ciabot segnava il territorio. Dicono di me “Rinaldi è pazzo, si costruisce un Ciabot grande”. Per me è una forma di oppormi a questo tipo di perdita come il bosco. Difendo il senso del bello e l’edilizia dignitosa. Oggi si privilegia l’immediato. In questa zona, le cantine che sono belle sono poche. Adesso sono le norme che lavorano contro il bello. Vengono dall’alto. Il Barolo si fa in una clinica. Un vino d’invecchiamento che si presenta in una cantina sterilzzata. Un vino nobile, con eleganza e complessità, presentato in un ambiente asettico, supertecnologico.”

Come si potrebbe fare per migliorare le cose?
“Conta più l’esempio che le parole , che diventa una prassi, un modus vivendi, che sedimenta e lascia tracce. I geni sono pochi, non ho niente contro gli architetti ma alcuni vogliono lasciare segno a qualunque costo. Nel modello del cittadino greco, paghi e pretendi. Invece di fare maturare una zona, la mettiamo nella mano di lobby. Paghi meno tasse, perché lo Stato è visto come il male però crescono le gabelle e i balzelli, che ricreano i feudi.”

Come vedi la 1ª edizione dei Vini Corsari ?
“E più vincente promuovere, trovare delle alternative al Vinitaly, che è il luogo della promozione globalizzante. Questi incontri possono creare degli scambi più consoni a delle piccole realtà artigianali.”

Quello che sogniamo nei Vini Corsari è di riunire gente dispersa da diverse parti di Europa che lavorano nello stesso spirito comune di territorio e artigianalità.
“Tutto quello che l’Europa con le sue direttive impedisce di coltivare.”

Appunto, vorremmo mostrare che una delle ricchezze dell’Europa è la sua vecchia e diversificata storia del vino e favorire gli scambi di pratiche e l’avvicinamento tra vignaioli che vivono il vino in una forma simile per realizzare ponti e creare, invece resistere solamente.
“Il peccato di Vini Veri è di non essere riuscito a trasformarsi in un movimento. Il mondo attuale ha tolto i luoghi di socialità, sarebbe bello compiere questo nei Vini Corsari, riuscire ad avere momenti con e senza pubblico per dibattere, condividere.”

Nadir Bensmail
Goliardo Corsaro a Lisbona
nadir@osgoliardos.com

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