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Perchè abbiamo sete di vini corsari

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Pasolini è morto nel novembre del 1975, proprio nell’anno in cui nascevo. A tutt’oggi incalza la necessità di mantenere un filo corsaro e dionisiaco che ci unisca a quel personaggio, che rappresenti un vero e proprio approdo nel nostro percorso nomade inmerso il vino. Talvolta la molteplicità dei vini, tutti così simili nell’essenza ma altrettanto differenti nell’apparenza, ci disorienta e confonde. Etichette dal look moderno (ambizioni artistiche di grafici alla moda) accanto altre dalle pretese ribelli, disposte in bella mostra sugli scaffali dei negozi, danno un senso di nausea: ci sentiamo spinti a fuggire da questa pletora di bottiglie elencate e numerates o recensite su riviste specialistiche. Una fuga, la nostra, in cerca di una terra vergine dove rigenerarsi, guardando alle cose con disincanto, una terra ricca di potenza espressiva come quella ritrovata da Pasolini in India o nelle borgate romane.
Il mondo del vino, logorato da un’influenza troppo “occidentale” e bastonato dalle logiche mercantili della quantità, ci spinge ad afferrare il  timone di un veliero corsaro, in cerca di venti più vivi e fecondi; e qualche vignaiolo corsaro insorge in nome di un’etica condivisa e si fa insistente la volontà di riunirsi per vivere il vino in modo sincero, anche con qualche intemperanza.
Ecco perché i “Vini Corsari” ci inebriano di aria fresca e ci fanno viaggiare con il pensiero.
Amiamo i Corsari per il loro spirito brioso, non calcolatore (che non significa poco riflessivo), e perché non rincorrono la fama e l’omologazione.
Molte volte ci sentiamo relegati in scomparti, da chi ci rende subordinati alle etichette (bio o naturali, Borgogna e così via); noi promuoviamo quei vignaioli che hanno sì approcci diversi, ma anche le radici sempre ben salde in un luogo e promotori di pratiche rispettose della propria terra.
L’approccio corsaro rifiuta il gergo impoverito che costella la prosa odierna sul vino. La critica, attraverso la trasversalità delle sue pubblicazioni (cartacee o su internet), presta il fianco alla logica del consumo, erigendo una prosa disincarnata e una lingua povera, in cui parole e punteggi si confondono in un idioma che indottrina il consumatore e altera la lucidità della persona.
Il vino, ridotto a una mercanzia dai critici e dalle riviste specializzate, è triste come un numero nel bel mezzo di un quaderno vuoto. Perde i suoi luoghi, la sua storia, le colline e gli uomini che hanno fatto di esso qualcosa di distintivo e degno di valore.

Il vocabolario corsaro fa saltare in aria le parole, i cui significati sono perduti o sminuiti; dateci del buon nettare, del tannino di buccia, dell’acidità esuberante, del terroir che rotei tra le mucose, e minerali che ci lascino impietriti. Basta scocciarci con vini “tutti in tensione”, “acidità minerali”, “finezze superlative” e quant’altro. Abbiamo sete di vini senza istruzioni per l’uso.
Concedere il dovuto tempo è un aspetto importante per il vino, sottoposto agli imperativi di un mercato che pretende l’ultima edizione del prodotto, anche se prematura.
Come Beppe Rinaldi, talvolta vorremmo che il vino “non fosse mai pronto”: che i bevitori facessero lo Shabbat, la Quaresima o il Ramadan del vino, per reimparare ad avere pazienza. I consumatori o i compratori che arricciano la fronte se non gli si propone l’ultima annata, dovrebbero essere ricondotti a quei vini fieri di mostrare qualche ruga.

Il liberalismo sociale fa l’apologia del moto perpetuo della modernizzazione, dove tecnologia e scienza sono brandite come armi contro i conservatori della tradizione. Questi ultimi, senza trascurare il vero progresso della modernità, tutelano e valorizzano anche i saperi accumulati dalle generazioni, spesso trasmessi oralmente, le abitudini e gli empirismi legati agli artigiani e ai vignaioli.
Il vino corsaro è anche un vino collettivo, fatto da vignaioli che hanno la memoria lunga e che tendono la mano allo scambio e alla provocazione; vignaioli che suscitano un’emulazione e una comunanza di intenti ben lontana dalla competizione.
Per questa prima edizione di Vini Corsari nel Castello di Barolo, ammainiamo le vele ebbre di buon vino e saliamo su un’improvvisata Torre di Babele. Radunati in questa torre d’avorio variopinta e filibustiera, degusteremo il vino dimenticando il ronzio dei mezzi di comunicazione e metteremo da parte le nostre abitudini per riscoprire un comportamento più attento, spontaneo e disinibito. Sarà un puro faccia a faccia con il nettare degli dei, “navigando sul mare color del vino”, e come fondali avremo le dolci colline della Langa.

Nadir Bensmail (Corsaro & Goliardo)

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